MIELE

Un morbido luglio ci lasciò coi fiati sospesi mentre le dita, le nostre, suonavano bassi invisibili nel tentativo maldestro di raggiungere il fondo d’un vasetto di miele.
Io vedevo l’invisibile, tu udivi il silenzio. Ma tu tacesti ed io chiusi gli occhi.

Fu forse questa la nostra colpa?

Ci perdono.

Ci perdono perchè certe notti sono troppo dense per riuscire a fare la cosa giusta.

E certe dita, le nostre, sono troppo distanti, ora.
Suoneró un lungo silenzio, apposta per te.

Sara

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#89

Agli sventurati. 

Da una pagina dei Manoscritti economico-filosofici del giovane Marx.

NEL TUO STESSO TEMPO

Ti ho vista con l’orlo alzato d’un tacco o poco più.

Avevi quei tuoi occhiali di mal di testa e le parole, gratis, scalfivano appena lo scafandro dorato dei tuoi capelli.
Ti ho vista, i gomiti affilati al temperino. Li poggiavi distratta all’aria sporca che non credo ne soffrisse.
Quell’orologio al polso destro era proprio da te.

E quegli occhi di seta antica, lo sguardo morbido e sontuoso… e le tue labbra, chiuse, come non avessi nient’altro da aggiungere al mio sommo stupore.
Non mi hai visto, riassunto all’angolo. La schiena al muro era bagnata d’attesa.
E le speranze, tutte sporche, non le hai viste.
Ero vestito d’invisibile.
Non i miei migliori indumenti, né un quadrante moderno a urlarti che mi trovo qui, nel tuo stesso tempo.

Non una canzone, un filo di musica.

E, così, invitarti: “hey, balliamo?”

Sara

IL PRANZO DI OGGI

Sognare la morte a pochi minuti dal risveglio ha qualcosa di mistico.

Ti fa sentire un profeta incompreso, sprecato nella poca luce che filtra dalle assi sbucciate della persiana.

Sudato, sbavato, la canotta ritorta come se avessi lottato strenuamente con la morsa letale di un alligatore.

Arrampicato sul lenzuolo come un ginnasta ad Italia’s got talent. I capelli pettinati nel passaverdura. Uno strüdel più che un eroe. Ti fa sentire anche un po’ fesso.

Ma sognare la morte di una persona che, nella realtà, blateri da mesi voler portare a pranzo fuori, magari in un bel ristorantino con veranda, e i fiori, e il panorama, e il vino, senza badare a spese, ti fa sentire, se possibile, anche più fesso.

Questa notte ho sognato le mie lacrime nel vederti, Angela, accasciata sul muretto di un parco. Gli arti induriti, le nocche grosse, di cemento. Che non sia la sclerodermia studiata ieri, ma che importa? Eri un tronco ed io gridavo al mondo che eri mia nonna, sebbene non sia così. Che con te morivo anch’io, ed era proprio così.

Meglio allora ricordarsi che tu, io, i commensali non siamo infiniti. E che, come sempre, le migliori mangiate si organizzano quando ci siamo, tutti… vivi.

Che non abbiamo altro vero impedimento!
Che finché c’è vita ancora tutto può succedere, sia un tutto possibile o solo remotamente sperabile: ci sono le stesse probabilità.

E non crediamo ai periodi ipotetici.
Perché non esistono se. Esistono solo . E quello che scegliamo o non scegliamo di fare ora. Ed esisto io che non dovrei chiamarmi Sara, ma È. Che sia un presagio, il mio, un destino?

Ma sono così stanca di rincorrere quello che sono fra le voci del verbo essere…

Io Sono.
Da oggi Sono Patrone.
Il resto è poesia, intrattenimento, sfogo, scherzo, emozione, vanvera. E la vita, quella che abbraccia e stringe e trafigge la carne, quella zuccherina dei mitocondri, è esattamente nel posto in cui l’avevamo dimenticata prima del nostro ultimo esperimento mentale: capotavola, a musicarci, a suon di cuore, forchetta e bicchiere.

“E allora, cara Angela, cosa ti andrebbe di mangiare a pranzo, oggi?”

Sara

LE TASCHE

Poteva permettersi di amarlo?

Si sfiló i guanti di lana a mezze dita, pinzandoli fra le ginocchia ossute, e ricacció le mani nelle tasche lunghe del cappotto. Vi frugó il tempo di un bacio e, come nella blasfema lotteria della domenica delle palme, ne estrasse il portafogli e lo aprí.

Non un solo centesimo, lì dentro. Qualche scontrino sbiadito di chissà quanti litri di latte fa… Un biglietto del bus, timbrato.           

Risollevó la testa con un sorriso sicuro: “sí!” esclamó, candida.

Poi ricompose le anime di quei lunghi tasconi, tutte vomitate all’infuori.

Che a guardarli meglio, in quel loro sguaiato atteggiamento, parevano dirle: “uno schifo d’idea, proprio uno schifo d’idea…”.

Sara