COSMONAUTA

Caro amico,
ti ricordi di quella volta che camminammo a piedi nudi sulla Luna per tutta la mattina e il pomeriggio?

Ricordi che la sera, stanchi, ci togliemmo la sabbia dalle dita, ridendo?

Uno spazio di quiete, quel giorno, come una calotta di ghiaccio.

Avevo ancora così voglia di correre e saltare, e il tempo non mi dava noie! Non esisteva per me fretta alcuna e l’Ansia, mia terribile amica d’una vita, sonnecchiava accanto a me nel grandioso specchio del tuo volto antico.
Ci sedemmo, esausti, a contemplare la Terra. Quante battaglie.
Alcune vinte, ma a quale prezzo? Vinti, le più.

Sospirammo all’unisono, massaggiandoci le vecchie ferite rammendate dal tempo.

Quante cose aveva da farsi perdonare questo bizzarro pianeta!
Ma tu, saggio, mi dicesti: «il Sole che la nutrí… forse anche di più!».
Memori di avventure strepitose, mi ricordo tutto di noi.

Contemplavamo ora i canyon, mentre un silenzioso vento materno rimboccava banchi di nubi ai figli oceani con una delicatezza di cui non lo credevo capace.
«Bisogna ammettere che vista da qui la patria degli umani è talmente bella che ricorda l’Ave Maria di Schubert!

Ti chiama a raccolta tutta la pace che hai dentro e la veste dei migliori tessuti, in una carezza. Ma, fidati, il lavoro migliore lo fa con la tua personale guerra: l’appella per nome, fuori dal suo tetro pertugio, le porge la mano candida, la bacia e le sussurra qualcosa all’orecchio.

Non ci è dato sapere cosa, ma da quel momento Guerra, ancor vestita di stracci, non sarà più la stessa: la vedremo piangere e tornare bambina e rifiorire e schiudere le sue labbra ad un sorriso incredulo; del suo sordido pallore non resterà alcuna traccia in tutto lo spazio cosmico. Danzerà per ore. E al momento opportuno riecco Pace. Nell’ombra d’un drappo di broccato l’avrà spiata sino ad allora.

Uscirà ad una luce che non le ha mai fatto paura per congiungersi solo con Lei e balleranno insieme, come avrebbero sempre dovuto fare in me.
Ma se tu, caro amico, prenderai la tua navicella e oserai andarle vicino, Terra, inesausta, ti stupirà ancora».
Fu allora che abbassasti lo sguardo:
«Quale navicella, amico caro? Guarda le mie gambe malconce… con la gravità terrestre non riuscirei mai più ad alzarmi in piedi. E poi, da qui, la nostra Terra è bellissima!
Ama svegliarmi con la sua calma luminosa e i colori, vividi, sono meglio dello schermo led del mio salotto. La notte si accende per me quando tutti gli altri si sono spenti.
Adesso credo perfino di piacerle! Ti prego, non portarmi via».

E rido perché sei ancora lì, vecchio balordo, che te la danzi sulla Luna. E riesci a mancarmi più di quanto t’invidi.
Accendo la radio, nel traffico cittadino. Un caldo maleducato. A stento respiro, con la puzza dei tubi di scappamento sparata nel naso. Passano la Pausini. Parla d’amore. Ma cosa ne sa…

Sara

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MIELE

Un morbido luglio ci lasciò coi fiati sospesi mentre le dita, le nostre, suonavano bassi invisibili nel tentativo maldestro di raggiungere il fondo d’un vasetto di miele.
Io vedevo l’invisibile, tu udivi il silenzio. Ma tu tacesti ed io chiusi gli occhi.

Fu forse questa la nostra colpa?

Ci perdono.

Ci perdono perchè certe notti sono troppo dense per riuscire a fare la cosa giusta.

E certe dita, le nostre, sono troppo distanti, ora.
Suoneró un lungo silenzio, apposta per te.

Sara

NEL TUO STESSO TEMPO

Ti ho vista con l’orlo alzato d’un tacco o poco più.

Avevi quei tuoi occhiali di mal di testa e le parole, gratis, scalfivano appena lo scafandro dorato dei tuoi capelli.
Ti ho vista, i gomiti affilati al temperino. Li poggiavi distratta all’aria sporca che non credo ne soffrisse.
Quell’orologio al polso destro era proprio da te.

E quegli occhi di seta antica, lo sguardo morbido e sontuoso… e le tue labbra, chiuse, come non avessi nient’altro da aggiungere al mio sommo stupore.
Non mi hai visto, riassunto all’angolo. La schiena al muro era bagnata d’attesa.
E le speranze, tutte sporche, non le hai viste.
Ero vestito d’invisibile.
Non i miei migliori indumenti, né un quadrante moderno a urlarti che mi trovo qui, nel tuo stesso tempo.

Non una canzone, un filo di musica.

E, così, invitarti: “hey, balliamo?”

Sara

IL PRANZO DI OGGI

Sognare la morte a pochi minuti dal risveglio ha qualcosa di mistico.

Ti fa sentire un profeta incompreso, sprecato nella poca luce che filtra dalle assi sbucciate della persiana.

Sudato, sbavato, la canotta ritorta come se avessi lottato strenuamente con la morsa letale di un alligatore.

Arrampicato sul lenzuolo come un ginnasta ad Italia’s got talent. I capelli pettinati nel passaverdura. Uno strüdel più che un eroe. Ti fa sentire anche un po’ fesso.

Ma sognare la morte di una persona che, nella realtà, blateri da mesi voler portare a pranzo fuori, magari in un bel ristorantino con veranda, e i fiori, e il panorama, e il vino, senza badare a spese, ti fa sentire, se possibile, anche più fesso.

Questa notte ho sognato le mie lacrime nel vederti, Angela, accasciata sul muretto di un parco. Gli arti induriti, le nocche grosse, di cemento. Che non sia la sclerodermia studiata ieri, ma che importa? Eri un tronco ed io gridavo al mondo che eri mia nonna, sebbene non sia così. Che con te morivo anch’io, ed era proprio così.

Meglio allora ricordarsi che tu, io, i commensali non siamo infiniti. E che, come sempre, le migliori mangiate si organizzano quando ci siamo, tutti… vivi.

Che non abbiamo altro vero impedimento!
Che finché c’è vita ancora tutto può succedere, sia un tutto possibile o solo remotamente sperabile: ci sono le stesse probabilità.

E non crediamo ai periodi ipotetici.
Perché non esistono se. Esistono solo . E quello che scegliamo o non scegliamo di fare ora. Ed esisto io che non dovrei chiamarmi Sara, ma È. Che sia un presagio, il mio, un destino?

Ma sono così stanca di rincorrere quello che sono fra le voci del verbo essere…

Io Sono.
Da oggi Sono Patrone.
Il resto è poesia, intrattenimento, sfogo, scherzo, emozione, vanvera. E la vita, quella che abbraccia e stringe e trafigge la carne, quella zuccherina dei mitocondri, è esattamente nel posto in cui l’avevamo dimenticata prima del nostro ultimo esperimento mentale: capotavola, a musicarci, a suon di cuore, forchetta e bicchiere.

“E allora, cara Angela, cosa ti andrebbe di mangiare a pranzo, oggi?”

Sara