SPECCHI

Ci sono gli specchi da borsa, da parete. Le prese in giro delle bambine a cui rispondi “specchio riflesso”. Lo specchio, servo delle mie brame, la Galleria degli Specchi, il Caffè degli Specchi in Salita Pollaiuoli; il riflesso in uno specchio d’acqua. E poi ci sono i neuroni-specchio che non ho mai capito molto, gli specchietti per le allodole, gli occhiali a specchio; c’è un uomo di specchiata moralità, lo Specchio dei Tempi. C’è che gli occhi sono lo specchio dell’anima e che nei bagni pubblici non ce n’è mai uno a pagarlo. Ci sono specchi deformanti e specchi retrovisori.
E poi ci sono gli specchi rotti, andati in mille pezzi durante un trasloco, un terremoto. Scivolati di mano durante la lucidatura rituale si riscoprono fragranti come sottili millefoglie.

Scagliati di proposito fanno la fine della crosta terrestre.
Antichi e ingrigiti, a vederli infrangere senti come la fine di un’Epoca.
Sono loro i miei preferiti.
E chissà se c’è uno sconto di sfiga a comprarli già frantumati.
Non ci sarebbe nulla di strano a volerli nella cabina armadio, per darsi ancora un ultimo caleidoscopio d’occhiate prima di uscire.
A rifletterci bene, io sono ognuno di quei pezzi.

Tutta intera non mi so vedere: con le guance attaccate e gli occhi che non sono recisi da niente, chi voglio prendere in giro? Intera no, intera nemmeno esisto.

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Arianna, Italy, 2015, by Carlo Lavagna
Preferisco gli specchi rotti.
Raccontano storie più vere. Mi ricordano che sono un arcipelago, mai una pangea.
E quanti pirati, quanti naufraghi…

Come una colazione di sole e burrasca.
E peró quanta acqua salata bevuta scioccamente.

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ACETO

Quanti anni abbiamo aspettato ad aspettare. Chiusi nei nostri retrobottega, aspettavamo che il viavai si diradasse.
Non riuscivamo a stare soli, ma non sapevamo stare in compagnia. E più che seguirci, ci inseguivano con le loro carovane di paure. Li aspettavamo, se sostavano.

Eravamo generatori di caos, tempeste. Uscivamo sempre senza ombrello.
Parlavamo a bassa voce, rotta; non lasciavamo mai traccia.

Bestemmiavamo forte, ma facevamo l’amore col silenziatore.

Contavamo i giorni che mancavano a feste che non avremmo mai festeggiato.

Procedevamo soli per le navate centrali…

E spendevamo pochi euro e molti anni a riparare coperte che non riparavano noi.

Aspettavamo che l’aceto tornasse vino, mentre l’uva scoppiava nel centrotavola senza fare rumore.

Sara

LA CREAZIONE

Oggi c’è il sole e nuvole pudiche si rincorrono per nascondersi l’una dietro l’altra, mentre l’aria frizza su fili d’erba come un epilatore a luce pulsata.

Penso di non avere niente a che fare con una giornata come questa.
Lei brilla, io soccombo. Lei scintilla, io trasformo in buio tutto ciò che tocco.

La invidio, un po’, una atmosfera così: se solo sapesse farsi strada anche dentro me io… gliene saprei esser grato. Coltiverei il mio fegato a girasoli, mentre sui terrazzamenti dell’intestino solo viole del pensiero. E non sarò banale: non una grossa rosa nel cuore, ma erba. Distese d’erba e margherite, coi fiori di campo che a ogni battito agiterebbero i loro capelli d’oro accarezzandosi e costituendo nuove acconciature.
Il pancreas a riposo, nel rispetto della rotazione delle colture, e non temerei graminacee. In me non ci sarebbe discriminazione vegetale.
Non posso nasconderlo, pianterei alcuni alberi da frutto nelle lande del rene destro dove, dicono, il clima sia propizio. Certa che l’irrigazione arteriosa batte quella venosa per portata, ma non per scrupolo.
E i miei polmoni spargerebbero acqua e linfa e concime e sole e brezze, come idranti automatici di ultima generazione, come manna dal cielo, spruzzerebbero minuziose cure sul tutto.
Sarei semi e terriccio prima del tempo e le unghie sozze di terra non rinuncerebbero ad andare alle feste.
La creazione dentro me, il mio orgoglio nelle unghie.

Sara

LA DONNA DI

La donna di ha un articolo nel nome,
una preposizione segnala la sua posizione
sociale, nella scala del reale non esiste,
all’Agenzia delle Entrate l’hanno solo vista uscire.
Dimenticò il suo nome perché smise di pronunciarlo. E cessò quasi per gioco.
Cessò che si sentiva un cesso.
E quel gioco, non un semplice intrattenimento.
Semmai un trattenimento, una maschera
e che mascheramento!
Quella parrucca i suoi nuovi capelli,
quei panni le sue nuove pelli,
unghie in plastica riciclata made in Usa, lenti a contatto usa e getta importate da Niamey, e lunghe braccia da gettare al collo in fretta e furia;
denti in poliuretano, bianchi come le idee e un sorriso elettrostimolato.
Il viso stanco, beffeggiato da detergenti lenitivi e purificanti.
Lenitivi e purificanti.
Ma il miglior principio attivo è lo stesso, da anni immutato.
Uno schiaffo.

L’omogeneizzato è servito, a tavola, con una fumata nera. Il conclave dei mestoli ha votato per la cucina molecolare.
Sul gazzettino del posto “è morto un Diario Alimentare”.
E chi mangia questa sbobba è vivo solo di default.

Oh donna di, il suo mondo è bianco e nero, la quiete dei sensi mai più simile al tormento.
Che la bistecca potrebbe essere verza, cardamomo, un vaso, cemento.
I platani altari, telefoni, caramelle, pioggia.
Oh stanca donna di, la tua identità per tua stessa natura si poggia
come una desinenza, o il contorno di carote alla julienne in attesa del grosso, prossimo, misterioso pezzo proteico.
Hai un che di eroico
nella tua folle debolezza.
Che esser te, oggi, è una melanconica certezza e ammazza il tempo che, morendo, ammazza te.

Hai visto talmente da vicino
la morte dei giorni, che sei il loro becchino.

Oh donna di,
accondiscendere a scendere di livello,
accantonare le proprie esigenze, in luogo di questo, di quello,
chiuse a chiave e pur vibranti nel cassetto,
e versare di fretta l’ultimo fazzoletto madido nello scarico del gabinetto,
ripassare il trucco e sorridere e ridere e fare quella intelligente,
la porca, la tenera e profonda, quella a cui non fa mai schifo niente.
L’amica divertente e matta,
la saggia, materna, ma femminile e sexy.
La fidanzata perfetta,
fertile (ma non troppo e non ancora) e fervente qualcosa. La strana e mai banale, mai anormale.
La ragazza personale, anticonvenzionale,
un animale a letto, eppur Signora; dolce.
Oh no, non era questo
il Dolce
Stil Novo dantesco.

E il mondo le chiese, incazzato ed esigente:
“a che serve che ti elargisca, generoso, differenze?”
quasi a dirle: “hey bambina, guarda che abbondante alterità
hai qui, come un banchetto offerto, alle conferenze, dalla facoltà,
come un self service shop, aperto 24 ore,
la fiera, l’outlet coi saldi di fine stagione,
lo shopping post alluvione.
Perché darti milioni di opzioni, se tu non scegli mai niente”.

“E se vuoi chiamarlo furto, sai, almeno qui il peggior reato è non esser ladri…
Cogline, coglione. E impara dalle capre.”

Che sminuzzano il reale
seguendo il loro piacimento,
con sacro rispetto e profane.
Oh donna di, mangia per appetito e mai per fame.
E lascia, dio mio, lascia il posto per il dolce,
nuovo, prossimo, curioso, inaspettato alimento.
Non ingozzarti, evacua spesso! E urina e suda e piangi via i liquidi in eccesso.
E il resto che non ti abbandona così, starnutiscilo via nella prossima folata di vento.
Sgravati dalle tossine che hai ancora in circolo nel sangue,
schiva quelle che ti si prospettano, ancora, in circolo nel mondo.
Ancora le tue sagge priorità, definite sul criterio inossidabile che porta, a chiare lettere, la tua firma inattaccabile, diritto inalienabile di felicità, meritabile, meritata.

Oh donna di,
vivi qui ed ora,
in questo luogo dove non tutto importa, ma qualcosa importa, che se niente importa, a cosa serve?

La donna di non ha bisogno di.
La donna di è Donna di Sé e alimenta le sue volizioni e certezze,
non entra più in crisi di presenza,
mantiene pur vive talune sue sregolatezze,
ma ha occhi di un nuovo colore: non riflettono ciò che guarda, ma ciò che ha dentro
e non aspetta il principe azzurro,
o l’avvento di un nuovo messia.
Il firmamento
sia dove sia.

Sai, l’aura celeste si merita o si spegne, se non paghi la corrente.

Sara

LA MIA PRIMAVERA

Non c’era un solo essere umano che intendesse frugare nella discarica delle sue schizofrenie.

Tutti troppo schizzinosi, ma come dargli torto?

Per trovare qualche cosa di buono, là dentro, ci si sarebbe dovuti insozzare perfino le budella!
Col rischio di smarrirle e, nel cercarle, smarrirsi.

“E non lo trovi qualcuno disposto a tanto, vuoi mettertelo in testa?!”

“No, il problema è che non pagherei mai nessuno per venire a rovistare nel mio sudiciume…”

Il suo sguardo intimidiva, ma le sue dita, arrotolate come boa constrictor attorno al bicchiere, forse anche di più.

Le gocce di alcool nutrivano i suoi pensieri, ancora minorenni.

E avrebbe, di colpo, voluto essere una star da red carpet, il Grammy fra le mani e tutt’attorno sciami di sleali giornalisti occidentali.

“Da dove attinge l’amore che dà?
Da quale sorgente si sazia? E dove lo conserva, poi, per averne ancora da offrire…
E’ piena d’eccedenze, e rigogliosa, come una sempiterna primavera!
Soffrire? Non dovrebbe mai…”

Per molti il modo in cui tu sei adesso, lo strano e virgolettato punto a cui sei momentaneamente, e mai per sempre, giunta nella vita, rappresenta uno status a cui nemmeno sanno di ambire e al quale, per certo, dedicherebbero il loro primo tribale.

Per molti il modo in cui sei adesso, in questo confuso istante della tua vita, rappresenta l’Eden intellettuale e umano di cui talvolta vedono dotati gli altri. I misteriosi Altri. Per molti, il modo in cui sei adesso è invisibile.
Ti cercano poco e ti trovano anche meno spesso.

Sei lontana, ma di un lontano ancora percettibile da certi radar fuori produzione, quelli in dotazione su certe antiche navi, quelli in dotazione su certi amici, anche più rari.

Bada, non ho mai inteso quella amicizia che si basta delle parole, che crede veramente a tutto quello che la bocca sa sfornare…

Non parlava di torte, ma ne avrebbe volute mangiare. E lanciare.

L’immaginazione non le era mai parsa più squisita di così…

E avrebbe, di colpo, voluto essere una star da red carpet, il Grammy fra le mani e sciami di sleali giornalisti occidentali…
Da dove attinge l’amore che dà?
Da quale sorgente si sazia? E dove lo conserva, poi, per averne ancora da offrire…
E’ piena d’eccedenze, e rigogliosa, come una sempiterna primavera!
Soffrire? Mai più.

Tutta sola. E invece no.

Lei era in sua compagnia.

Un pupazzo di stoffa a cui amava confidare delle vite che non aveva vissuto. In realtà erano poi solo gli acari ad ascoltarla…
Un pupazzo con gli occhi consumati era il suo migliore amico. E se lo abbracciava quando non vista. Da lui no di certo.
Ma sicura d’esser stata abbastanza discreta?

E la vergogna le accarezzava il volto con il dorso della mano.

Quando meditava, era sempre in un luogo, lontano
per antonomasia.
E silenzio, non un vero silenzio: uno sciocco ronzio, una nenia tediosa…

E la morte lei l’agiva ogni giorno.

Ogni giorno commetteva la stessa goffa eutanasia.

E pensava a sua madre, Stella fra tappeti e copriletti, grammi di farina tra le mani e sciami di pensieri fra i capelli
spettinati. La pensava e, sorridendo, le avrebbe volentieri chiesto…
Da dove attingi l’amore che dai?
Da quale sorgente te ne sazi?! Si può sapere dove lo conservi, poi, per averne ancora da offrirmi? In quali spazi
metafisici ti corichi
e ti carichi, la sera?
Quanto è robusto il bastone dell’immaginazione con cui, sempre, ti rialzi?
(E picchi!)
E il peso dell’oppressione che ti porti dentro? Ridicolo in confronto a tutta te.
La femminilità è nei tuoi sbalzi
d’umore.
Mi fai ridere e piangere, più del mondo! E, alla fine sì, non potrei sentirmi più felice d’essere il tuo sciagurato esperimento…
Sei sempre schierata agli estremi eppure, sempre, maledettamente al centro,
del mio agire; piena d’eccedenze, e rigogliosa, come una primavera che, come diresti tu, porca eva ladra, anche quest’anno tarda fottutamente a finire!

Sara