I PESCI

Noel se lo chiedeva, contemplando la teca dei pesci nell’acquario del salotto. Così silenziosi, eppure vivi, coi loro occhi ebbri d’ignoranza. «Come fai a mancarmi se nemmeno esisti?»

E come facesse, Colei che non ha nome – d’altronde non esiste – per lui era inspiegabile.

Di fronte a quel tormento, era egli stesso un pesce. Gli occhi grandi e vuoti, privi d’anima.

Fu allora che la pendola, parzialmente occultata dalla tenda in velluto borgogna, tossí le otto e mezzo. E il pesce Noel, che d’anima era fatto sin nelle unghie piccole dei piedi, si rizzó sulla poltrona.

Gimmy era dannatamente vivace, rubato all’Atlantico che era un uovo, spiccava per il suo color ottanio brillante che lo faceva sembrare un gioiello bizantino di rara fattura.

A colpi di pinna lo inseguiva il costoso esemplare di Combattente Siamese senza nome. Intento ad agitare il suo ventaglio palmato, aveva l’aria assorta nelle sue cose di pesce. Forse guerre in sospeso, forse solo bolle d’aria lungo la lisca…

Falesia e Margot giocavano a nascondino fra le felci sintetiche mentre Sputnik percorreva il vetro temperato della vasca con la bocca, al punto che sembrava dispensare baci a chiunque lo guardasse.

Solo Copernico nuotava sul fondo, lento e pesante. Pareva un relitto pieno di muschio e ricordi, un pesce del jurassico. Un vecchio capitano con alle spalle più d’un naufragio.

Le nocche secche si tuffavano ripetutamente nel secchiello maleodorante: il cibo per pesci, si sa, non profuma di buono. Eppure che bizzarro piacere sentirlo scoppiettare al passaggio delle dita!

«Ma come fanno? Secondo me non si accorgono – pensava – che le alghe sono solo fili di plastica verde. E se domani smantellassi ogni parte di questo mondo artificiale, loro sarebbero ancora qui con quei loro occhi color burro chiarificato. Le facce di pensionati rincretiniti che contemplano l’apocalisse».

«E cos’è l’apocalisse, Noel?» qualcuno aveva osato chiedergli, una volta.
Allora era corso via, senza rispondere.

Oggi no, oggi lo sapeva: non un’invasione di alieni mutanti, nè la scoperta di una realtà artificiale dove i computer dominano gli umani. Non uno tsunami, pronto ad alzare pareti d’acqua contro i grattacieli, come aveva visto in qualche film americano.

A dirla tutta, l’acqua non lo aveva mai spaventato.

«L’apocalisse è sentirmi come se mi mancasse la cosa che amo di più, sapendo che non potrò mai averla». Così, tutto d’un fiato, la stanza si riempì d’aria pesante. L’anidride carbonica era tiepida quanto basta a suggerire un conato di vomito e chiunque, sano di mente, avrebbe subito aperto una finestra.

L’acqua non lo aveva mai spaventato.

«Non ho senso, qui!»

Dicono che non ci si può annegare da soli. Ma fu proprio quello che accadde.

Erano le nove e tre quarti, la luce fioca di una vecchia abat jour si rifrangeva fra le bolle d’acqua illuminando numerose anticaglie prive di significato fra cui una teiera in ghisa giapponese, una coppia di manicotti di lana e la collezione di ditali della bisnonna, in fila per dimensione.

«Di nuovo?»

FN5DK990 rimetteva a posto in tutta fretta il software Humans2 dopo aver cancellato cookies e caches. Forse era scoppiato un malware al mainframe e lui non voleva casini.

E però quanto amava rimaneggiare la vita di Noel! Ammirarlo portarsi fuori dai guai in cui lo cacciava era un passatempo divertente e godurioso, secondo solo a fare debugging in background con tutti i device attivi.

Certo, ancora non capiva perché, nonostante i molti reset, da qualche tempo a questa parte il suo piccolo amico si facesse pensoso, e finisse per compiere il gesto estremo, quasi portasse le tracce di una partita precedente.

«È del tutto assurdo! Ho formattato il disco più e più volte. Escludo sia rimasto anche un solo bit di Lei».

Ma quanto si sbagliava.

E quanto si sbagliavano tutti loro: FN5DK990 a credere che Noel non ricordasse l’amore della sua vita; Noel a pensare che i pesci non capissero la differenza fra l’oceano e la plastica.

E i pesci a nuotare in cerchio sul pelo dell’acqua, aspettando fiduciosi la cena.

 

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