FRAGOLE E FAVE

La signora Carla indossava un incrociatino fiorato, color rosso Telecom.

Gigantografie di gardenie tracciavano curve sui suoi ossuti fianchi, dando l’illusione di forme larghe e accoglienti.

La tradivano gli orli, cuciti veloce a macchina. Battevano su ginocchia affilate al temperino e così magre da sembrare sgretolarsi al primo scalino.

La borsa di paglia era ampia e poteva ospitare il contenuto di un intero carrello da supermercato.

Le grosse fibbie in stoffa garantivano alle mani una portata solida e confortevole per tutto il lungo tratto che separava la casa di Carla dal mercato comunale.

Giovanni aveva una bancarella proprio lì.

La apriva ogni giovedì, alle 7 puntuale.

In realtà non era sua, ma del cugino di sua moglie, Michele Buozzi.

Michele era la persona con le orecchie più grandi che Giovanni avesse mai conosciuto.

Di quelli con le orecchie grandi, da elefante, si dice che non muoiano mai“, pensava, fra sé e sé, con una punta di rammarico.

Ma Michelone non c’entrava. Almeno, non con quel rammarico. A modo suo era un buon padrone…

Quando Giovanni aveva perso la licenza per la bancarella di Via dei Ruscatelli, Michele l’aveva rilevata pagando la penale:”così resta in famiglia e te vai avanti a lavorarci sotto a me“.

Le cose erano accadute quasi senza farsene accorgere.

Al martedì Giovanni incartava due mele per il signor Fausto, l’edicolante, e al giovedí firmava carte bagnate di acqua della verdura, mentre osservava una buccia di cipolla posarsi proprio sul nome, scritto in grassetto, in alto a sinistra: “Fragole & Fave di Giovanni Saramago”.

In meno di un secondo l’attività non gli apparteneva più.

Diciassette anni di onorati pompelmi, scarole, bietoline, sedani rapa, borlotti, pesche noci, pere, banane, melagrane, cachi, ananas, rucole, cetrioli, prugne, ciliegini, ravanelli, cocomeri, carote, fagiolini, zucche, broccoli e, per certo, nella bella stagione, fragole e fave.

A settembre il baracchino si colorava dei toni caldi del marrone. Giovanni si faceva arrivare le cotogne per le mamme e le nonne del quartiere che così – gli piaceva pensare – avrebbero preparato torte di mele per le merende dei loro bambini.

Ma era a maggio che il piccolo andito dava il meglio di sé. Succulente fragole traboccavano sulla destra e pareva che a guardarle sarebbero scoppiate, zuccherando i banchi vicini. A sinistra c’era un’ordinata distesa di verde: bene in fila, le fave più tenere sembravano chiamare per nome chiunque si trovasse a passare di lì.

Il paradiso degli allergici.

E, a ben vedere, Giovanni era uno di quelli.

È buffo, ma se fosse andato vicino al consumare anche solo una di quelle prelibatezze avrebbe seriamente rischiato la pelle. Il colmo, no?

E scherzava, Giovanni, quando gli chiedevano perché non mangiasse mai i suoi ortaggi preferiti: “cari miei, il San Lazzaro non è abbastanza lontano da farla franca!”.

Le cose erano davvero cambiate, e nell’unico modo in cui sempre cambiano: senza fare rumore.

Il chiasso delle auto, da solo, non bastava a cancellare il profumo di una vita.

E Giovanni si grattava la testa, spento.

Come un interruttore rotto che fa sempre buio anche se, intorno, tutto è luce e colore.

Sara

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