TRATTORIA NANDO’S

Gli spaghetti al nero di seppia andavano alla ragazza del tavolo 5. La prosciutto e funghi per la famigliola del 7 o forse era una tirolese. Il signore del 2 aveva chiesto altro vino, ma per chi diavolo era questa lonza di maiale all’aceto balsamico?

Maurice – attimi di panico – si guardava attorno spaesato cercando un inesistente gobbo suggeritore che gli indicasse, con rapidi cenni degni del tipico allenatore di baseball americano, i legittimi proprietari di quei piatti.

Ecco gli strozzapreti. Buon appetito!“, “ma quale appetito! Io avevo chiesto il conto! È da mezz’ora che aspetto! Veda di farmi un po’ di sconto va’“. “Mi scusi cameriere, avevo ordinato strozzapreti con cime di rapa, ma ora che mi è arrivato il branzino mi sa che lo tengo, mi piace di più!“. “Ragazzo, c’è un errore, mia figlia non ha mai chiesto i saltimbocca, nemmeno le piacciono“.

Come non le piacciono?! Che gusti orrendi…“, pensó.

Vivienne Frederiksen, capelli strizzati in uno chignon, era la caposala. La casacca tesa quasi oltre il suo punto di rottura lasciava immaginare tutta la competenza che ci potesse essere dentro, pronta ad esplodere.

Gli occhi puntati come laser a diodo penetravano i modesti indumenti di Maurice che sperava solo di aver abbinato al meglio calze e mutande.

Nemmeno la camiciola slavata da primo giorno di lavoro aveva un po’ di pietà per il poverino: due grossi aloni umidicci gli ricordavano il colore del suo recente test delle urine e, a pensarci bene, forse anche l’odore.

“Mamú ascella pezzata”, così lo chiamavano al liceo le ragazze della 5°B. E il perchè se lo ricordava bene: era l’estate del ’74, era grasso e acneico, ma aveva trovato il coraggio di invitare al cinema la bellissima Anette. A metà del film, con un braccio che ricordava un grosso pezzo di sovracoscia di tacchino, aveva provato ad abbracciarla, ma le alte luci della sala si erano accese di colpo e l’arto appiccicoso era stato colto in flagrante nello scintillio delle sue goccioline maleodoranti proprio sulla sigla del primo tempo.

Anette si era cosí disgustata da aver chiesto un passaggio alla coppia di anziani della fila davanti. Da allora non gli aveva mai più rivolto la parola. Mai più. 

Vivienne non sudava. Vivienne trovava altri modi per saturare l’ambiente di sè.

Il suo passato da guardia del corpo non lasciava dubbi: era martedì 24 maggio 1989 e si era appena conclusa la prima di Indiana Jones e L’Ultima Crociata. Vivienne – giacca, cravatta e ricetrasmittente – la aveva guardata in piedi, tutta d’un fiato, cercando di non sbattere le palpebre per non perdersi nemmeno un fotogramma e alla fine aveva pure pianto, inondando il microfonino in dotazione. “Vivienne non commuoverti o da qui non sentiamo più niente!

Steven Spielberg stava uscendo soddisfatto dal teatro grande di Cincinnati, gli ultimi rantoli di prosecco nel fondo della gola e ancora un caloroso plauso dal pubblico; gli occhi innamorati di Vivienne non lo perdevano un attimo, quando un mandarancio maturo, scoccato in aria non si sa come, apparve in cielo come una saetta del buon Dio mirando dritto alla capoccia dell’applaudito regista. 

Ma Dio non c’entrava niente. E il frutto non colpí Sua Celebrità, ma la fronte ampia di Vivienne, persa d’amore per il suo idolo.

E mentre il Sig. Spielberg, ridacchiando per lo scampato pericolo, saliva sulla Mercedes dai vetri oscurati ricongiungendosi con moglie e segretaria, Vivienne giaceva sull’asfalto ammaccata e sfatta. Qualche salvietta umidificata, una bottiglia d’acqua frizzante portata da un paio di passanti e i flash dei paparazzi erano già lontani. 

Le testate dei giornali di gossip avrebbero parlato per settimane di un maldestro hater vegano che aveva già provato con banane e cavolini.

Quella sera non un autografo, non un gadget dall’uomo dei suoi sogni. Tutto era finito così presto, ma sopratutto… che gran mal di testa!

Da quel giorno Vivienne se l’era promesso: “al diavolo i sentimenti, non perderò mai più il controllo“.

E da Nando il controllo era tutto. Ottimi piatti in uscita dalla cucina, piatti vuoti in entrata terminato il servizio, al punto che fare il lavapiatti, lì dentro, era il lavoro più riposante al mondo.

Sara

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SPECCHI

Ci sono gli specchi da borsa, da parete. Le prese in giro delle bambine a cui rispondi “specchio riflesso”. Lo specchio, servo delle mie brame, la Galleria degli Specchi, il Caffè degli Specchi in Salita Pollaiuoli; il riflesso in uno specchio d’acqua. E poi ci sono i neuroni-specchio che non ho mai capito molto, gli specchietti per le allodole, gli occhiali a specchio; c’è un uomo di specchiata moralità, lo Specchio dei Tempi. C’è che gli occhi sono lo specchio dell’anima e che nei bagni pubblici non ce n’è mai uno a pagarlo. Ci sono specchi deformanti e specchi retrovisori.

E poi ci sono gli specchi rotti, andati in mille pezzi durante un trasloco, un terremoto. Scivolati di mano durante la lucidatura rituale si riscoprono fragranti come sottili millefoglie. Scagliati di proposito fanno la fine della crosta terrestre.
Antichi e ingrigiti, a vederli infrangere senti come la fine di un’Epoca.

Sono loro i miei preferiti.
E chissà se c’è uno sconto di sfiga a comprarli già frantumati.
Non ci sarebbe nulla di strano a volerli nella cabina armadio, per darsi ancora un ultimo caleidoscopio d’occhiate prima di uscire.
A rifletterci bene, io sono ognuno di quei pezzi.

Tutta intera non mi so vedere: con le guance attaccate e gli occhi che non sono recisi da niente, chi voglio prendere in giro? Intera no, intera nemmeno esisto.

https://img.nowness.com/nowness-frontend/BSUU3s40Rem67PRJdq4V_ff8847a0-ab6d-4d88-b365-dcac221f32a7.pngArianna, Italy, 2015, by Carlo Lavagna

Preferisco gli specchi rotti.
Raccontano storie più vere. Mi ricordano che sono un arcipelago, mai una pangea.
E quanti pirati, quanti naufraghi…

Come una colazione di sole e burrasca.
E peró quanta acqua salata bevuta scioccamente.

I PESCI

Noel se lo chiedeva, contemplando la teca dei pesci nell’acquario del salotto. Così silenziosi, eppure vivi, coi loro occhi ebbri d’ignoranza. «Come fai a mancarmi se nemmeno esisti?»

E come facesse, Colei che non ha nome – d’altronde non esiste – per lui era inspiegabile.

Di fronte a quel tormento, era egli stesso un pesce. Gli occhi grandi e vuoti, privi d’anima.

Fu allora che la pendola, parzialmente occultata dalla tenda in velluto borgogna, tossí le otto e mezzo. E il pesce Noel, che d’anima era fatto sin nelle unghie piccole dei piedi, si rizzó sulla poltrona.

Gimmy era dannatamente vivace, rubato all’Atlantico che era un uovo, spiccava per il suo color ottanio brillante che lo faceva sembrare un gioiello bizantino di rara fattura.

A colpi di pinna lo inseguiva il costoso esemplare di Combattente Siamese senza nome. Intento ad agitare il suo ventaglio palmato, aveva l’aria assorta nelle sue cose di pesce. Forse guerre in sospeso, forse solo bolle d’aria lungo la lisca…

Falesia e Margot giocavano a nascondino fra le felci sintetiche mentre Sputnik percorreva il vetro temperato della vasca con la bocca, al punto che sembrava dispensare baci a chiunque lo guardasse.

Solo Copernico nuotava sul fondo, lento e pesante. Pareva un relitto pieno di muschio e ricordi, un pesce del jurassico. Un vecchio capitano con alle spalle più d’un naufragio.

Le nocche secche si tuffavano ripetutamente nel secchiello maleodorante: il cibo per pesci, si sa, non profuma di buono. Eppure che bizzarro piacere sentirlo scoppiettare al passaggio delle dita!

«Ma come fanno? Secondo me non si accorgono – pensava – che le alghe sono solo fili di plastica verde. E se domani smantellassi ogni parte di questo mondo artificiale, loro sarebbero ancora qui con quei loro occhi color burro chiarificato. Le facce di pensionati rincretiniti che contemplano l’apocalisse».

«E cos’è l’apocalisse, Noel?» qualcuno aveva osato chiedergli, una volta.
Allora era corso via, senza rispondere.

Oggi no, oggi lo sapeva: non un’invasione di alieni mutanti, nè la scoperta di una realtà artificiale dove i computer dominano gli umani. Non uno tsunami, pronto ad alzare pareti d’acqua contro i grattacieli, come aveva visto in qualche film americano.

A dirla tutta, l’acqua non lo aveva mai spaventato.

«L’apocalisse è sentirmi come se mi mancasse la cosa che amo di più, sapendo che non potrò mai averla». Così, tutto d’un fiato, la stanza si riempì d’aria pesante. L’anidride carbonica era tiepida quanto basta a suggerire un conato di vomito e chiunque, sano di mente, avrebbe subito aperto una finestra.

L’acqua non lo aveva mai spaventato.

«Non ho senso, qui!»

Dicono che non ci si può annegare da soli. Ma fu proprio quello che accadde.

Erano le nove e tre quarti, la luce fioca di una vecchia abat jour si rifrangeva fra le bolle d’acqua illuminando numerose anticaglie prive di significato fra cui una teiera in ghisa giapponese, una coppia di manicotti di lana e la collezione di ditali della bisnonna, in fila per dimensione.

«Di nuovo?»

FN5DK990 rimetteva a posto in tutta fretta il software Humans2 dopo aver cancellato cookies e caches. Forse era scoppiato un malware al mainframe e lui non voleva casini.

E però quanto amava rimaneggiare la vita di Noel! Ammirarlo portarsi fuori dai guai in cui lo cacciava era un passatempo divertente e godurioso, secondo solo a fare debugging in background con tutti i device attivi.

Certo, ancora non capiva perché, nonostante i molti reset, da qualche tempo a questa parte il suo piccolo amico si facesse pensoso, e finisse per compiere il gesto estremo, quasi portasse le tracce di una partita precedente.

«È del tutto assurdo! Ho formattato il disco più e più volte. Escludo sia rimasto anche un solo bit di Lei».

Ma quanto si sbagliava.

E quanto si sbagliavano tutti loro: FN5DK990 a credere che Noel non ricordasse l’amore della sua vita; Noel a pensare che i pesci non capissero la differenza fra l’oceano e la plastica.

E i pesci a nuotare in cerchio sul pelo dell’acqua, aspettando fiduciosi la cena.

 

COSMONAUTA

Caro amico,

ti ricordi di quella volta che camminammo a piedi nudi sulla Luna per tutta la mattina e il pomeriggio? Ricordi che la sera, stanchi, ci togliemmo la sabbia dalle dita, ridendo?


Uno spazio di quiete, quel giorno, come una calotta di ghiaccio. Avevo ancora così voglia di correre e saltare, e il tempo non mi dava noie! Non esisteva per me fretta alcuna e l’Ansia, mia terribile amica d’una vita, sonnecchiava accanto a me nel grandioso specchio del tuo volto antico.

Ci sedemmo, esausti, a contemplare la Terra. Quante battaglie.
Alcune vinte, ma a quale prezzo? Vinti, le più. Sospirammo all’unisono, massaggiandoci le vecchie ferite rammendate dal tempo. Quante cose aveva da farsi perdonare questo pianeta…

Ma tu, saggio, mi dicesti: «sai il Sole che la nutrí…forse anche di più!».

Memori di avventure strepitose, mi ricordo tutto di noi.
Contemplavamo ora i canyon, mentre un silenzioso vento materno rimboccava banchi di nubi ai figli oceani con una delicatezza di cui non lo credevo capace.

Ricordo che parlai così: «bisogna ammettere, caro amico, che vista da qui la patria degli umani è talmente bella che sembra l’Ave Maria di Schubert! Ti chiama a raccolta tutta la pace che hai dentro e la veste dei migliori tessuti, in una carezza. Ma, fidati, il lavoro migliore lo fa con la tua personale guerra: l’appella per nome, fuori dal suo tetro pertugio, le porge la mano candida, la bacia e le sussurra qualcosa all’orecchio». «Non ci è dato sapere cosa, ma da quel momento Guerra, ancor vestita di stracci, non sarà più la stessa: la vedremo piangere e tornare bambina e rifiorire e schiudere le sue labbra ad un sorriso incredulo; del suo sordido pallore non resterà alcuna traccia in tutto lo spazio cosmico. Danzerà per ore. E al momento opportuno riecco Pace. Nell’ombra d’un drappo di broccato l’avrà spiata sino ad allora. Uscirà ad una luce che non le ha mai fatto paura per congiungersi a te, Guerra, e ti prometto che ballerete insieme, come avreste sempre dovuto fare in me».

«Ma se tu, caro amico, prenderai la tua navicella e oserai andarle vicino, Terra, inesausta, ti stupirà ancora».

Fu allora che abbassasti lo sguardo: «Quale navicella, amico caro? Guarda le mie gambe malconce… con la gravità terrestre non riuscirei mai più ad alzarmi in piedi. E poi, da qui, la nostra Terra è bellissima!»

«Ama svegliarmi con la sua calma luminosa e i colori, vividi, sono meglio dello schermo led del mio salotto. La notte si accende per me quando tutti gli altri si sono spenti.
Adesso credo perfino di piacerle! Ti prego, non portarmi via».

E rido perché sei ancora lì, vecchio balordo, che te la danzi sulla Luna. E riesci a mancarmi più di quanto t’invidi.

Accendo la radio, nel traffico cittadino. Un caldo maleducato. A stento respiro, con la puzza dei tubi di scappamento sparata nel naso. Passano la Pausini. Parla d’amore. Ma cosa ne sa…

 

NEL TUO STESSO TEMPO

Ti ho vista con l’orlo alzato d’un tacco o poco più. Avevi quei tuoi occhiali di mal di testa e le parole, gratis, scalfivano appena lo scafandro dorato dei tuoi capelli. Ti ho vista, i gomiti affilati al temperino. Li poggiavi distratta all’aria sporca che non credo ne soffrisse.

Quell’orologio al polso destro, quello era da te. E quegli occhi di seta antica, lo sguardo morbido e sontuoso… e quelle labbra, chiuse, come non avessi nient’altro da aggiungere al mio sommo stupore. 

Non mi hai visto, riassunto all’angolo. La schiena al muro era bagnata d’attesa.
E le speranze, tutte sporche, non le hai viste.
Vestito d’invisibile, le mani piccole.

Non i miei migliori vestiti, né un quadrante moderno a dirti che sono nel tuo stesso tempo. 

Non una canzone, un filo di musica. E, così, invitarti:“hey, balliamo?”



Sara