Plastica

Lunghe tratte, e non di mare, ci invitano a essere percorse.

Ora vado, sebbene la tempesta ci sia, stasera.

Ho solo poche cose con me e insieme galleggiamo di dubbi come il Pacific Plastic Vortex, quella chiazza di rifiuti che naviga gli oceani.

Io sono un imballaggio.

Quando finiamo sotto, la pellicola d’acqua sembra scattarci una foto.

Sorridi, amore.

Delle invidie e il tempo perso.

E correre via è tutto ciò che avrei voglia di fare.

Se ci fosse un strada, stasera non avrei gambe, ma pinne.

Ma è solo acqua senza luna e mi sciolgo perché con te mi sento inservibile.

Entrecôte

Non ci dicemmo “ciao” quando ci incontrammo al mercato.

Tu sceglievi i limoni, io cercavo dei fiori per un centrotavola.

I tuoi limoni ci sarebbero stati da dio.

Ma le mie peonie sulla tua entrecôte non tanto bene.

Scciuppun de futta

Mi arrabbio raramente.

La rabbia è una di quelle tecniche espressive con cui non ho mai fatto amicizia. Forse è presunzione, ma mi sembra la risorsa dei poveri e di quelli che hanno torto.

Certo che se avessi voluto apprenderla, non mi sarebbe mancata l’occasione.

In pratica sto parlando di mia mamma, nel suo splendido scciuppun de futta.

Lo sciuppun de futta non ha traduzione, spiegazione, definizione. È per sua stessa natura illimitato e le parole per raccontarlo non potrebbero che tradirlo, divulgando verità parziali e insoddisfacenti.

È per questo motivo che chi non conoscesse il genovese è pregato di perdonarmi, subito.

Avevo pochi anni e durante quell’insano lasso di tempo dove il tempo stesso si sentiva indeciso sulla velocità da mantenere, la rabbia addobbava il volto di mia mamma con una strana patina iridescente mentre i suoi occhi, solitamente semplici e marroni, esplodevano come tempesta da un tubetto di dentifricio.

Studi sul linguaggio del corpo mi sarebbero stati utili quanto una banana in uno scontro armato: che fosse incazzata nera era immediatamente apprezzabile.

Che io fossi terrorizzata, pure: mamma Gabry sapeva farmi una rara paura!

Non mi ha mai picchiata: non ero una bambina cattiva né lei una carnivora succhiasangue.

E in ogni caso non ce ne sarebbe stato bisogno: i suoi gesti, puliti, sembravano seguire un chirurgico protocollo di comportamento dove mi veniva mostrata ogni fase della mia morte, con la sicura e forse peggiore delle promesse: quella di non morirne mai.

I suoi modi – e la sua stessa presenza – facevano male all’aria che pareva scappare via da noi, lasciando lei più libera e me più sola.

Ora… tutti noi – credo – abbiamo dei pensieri-coccola, dei pensieri-rifugio.

Si tratta di nicchie morbide e private presenti solo nella nostra testa.

Le immagino ovoidali, come cucce, navicelle di pelouche, di ripieno dei cuscini, dei ravioli. Cuori caldi di cioccolata. Insenature di cotone infinito, ripiegato su se stesso, infinite volte. Oasi nella sabbia sconfinata della mente, pronte ad affiorare su insistente richiesta di morbidezza.

Ebbene, ricordo che in quei momenti di impetuosità non potevo contare su nessuno di questi pensieri.

Neanche un conforto proveniva dai sensi, completamente paralizzati: non sentivo odore o sapore che non fossero mia madre a pochi centimetri da me, mentre la sua mano mi afferrava prepotente per il bavero e il suo indomabile genovese – lingua di verità – si esercitava, per altro a pieni voti, nel suo esemplare “t’apendu!”, “ti appendo”, con un, a me chiarissimo, riferimento al lampadario a noi prossimo.

Non ho mai pensato che sarei finita davvero lassù. Ma una parte di me deve crederci ancora oggi, o salirei sulla scala a levargli un po’ di polvere.

Ammetto che quella sua grande energia riusciva in qualche modo anche ad affascinarmi.

Era come assistere a un gigantesco spettacolo pirotecnico, di portata maestosa. E quando, per un attimo, riuscivo a dimenticare che ne ero stata la causa, potevo perfino goderne.

Gratis? No. E la tariffa era sempre la stessa: sopportare il suo silenzio per settimane, tentando esibizioni acchiappa like, non meno circensi delle sue.

Mi prodigavo nel cerebrale meccanismo della riconquista, come un Don Giovanni minorenne.

E le mie lusinghe lacrimevoli duravano più a lungo dei pianti causati da mille cipolle rosse di Tropea sbucciate in uno sgabuzzino nel pieno di un orzaiolo.

Sara

La birra di Socrate

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Gefferson non aveva avuto figli. In ben 69 anni nemmeno un Gefferson Junior o una piccola Katy da far saltare sulle gambe nei tempi morti del football, fingendo di essere un buon padre e un buon marito.

A pensarci bene, non si era nemmeno mai sposato.

E proprio non sapeva come potesse, ad alcuni, capitare di farlo due, tre, cinque volte, nella stessa vita!

Che gran rottura di coglioni mia moglie Sandrah!” gli diceva Clifford, due sere su tre, mentre, deponendo le stecche del biliardo, si grattava il naso, nervoso.

Ieri è stata da sua sorella, no, tutto il giorno, no, e che ha fatto quando è tornata? “Clifford dobbiamo valutare un percorso di coppia”, mi ha detto, “Clifford, Clifford ci serve un aiuto!”...”

Il Pub Santiago, periferia di Coldwater, era la sola cosa decente nel raggio di kilometri. Da quando aveva aperto, nel Marzo 1987, ne aveva sedate di risse.

E aveva fatto anche un’altra cosa: servire birra. Scorreva a fiumi, nelle gole degli uomini, trovando resistenza solo nelle stronzate che dicevano.

Gli uomini non parlano mai dei loro problemi. Falso!
Gli uomini parlano dei loro problemi solo davanti a una birra.
Solo al Pub Santiago, Coldwater, Kansas.”

Con questo primo slogan di 5.7 secondi, recitato dalla voce rassicurante e un po’ ruvida del documentarista in pensione Abramo Meyer, Trent Lewis Dodger, boss ed esperto ante litteram di marketing, finiva in TV per una mesata buona, consegnando al grande pubblico la sua intuizione geniale: un pub per soli uomini, un grande asilo d’America dove i maschi potevano esprimere i propri disagi familiari e lavorativi. Un giardino di luppolo in cui rimestare la propria disperazione e farne uscire la grinta dello stimabile patriarca.

Il breve clip del tubo catodico si rivolgeva alle mogli, alle madri, alle figlie, trascurate da inutili ubriaconi perdigiorno, persi di alcol, di calcio, di corse di cavalli. Attirava l’attenzione delle signore e – qui sta il genio – le convinceva che quel posto fosse il vero riformatorio dei loro rozzi cavernicoli.

Quanto fosse facile si capiva dal secondo pezzo, apparso sul piccolo schermo quattro settimane più tardi: “se il tuo uomo non parla mai dei suoi problemi è perché non beve qui la miglior birra alla spina. La birra del senno, la birra di Socrate!”

Chiamarla truffa mi sembra eccessivo.

Il punto fu che, a parte il boom nelle vendite di mezze pinte, e bionde, e rosse, accadde una cosa senza precedenti: gli uomini, creature semplici, incapaci di strizzare l’occhio alle dietrologie, presero veramente a conversare!

Pur senza una cultura psicanalitica, c’era chi parlava del rapporto col papà anafettivo, chi di quel Natale passato a pregare, quando ancora si poteva credere in Dio.

Si beveva la birra.

Ma entrando al Santiago, più che “glu glu“, avresti sentito “bla bla“.

Incessante, come il suono di un esercito di formiche e sottile come una vibrazione di ali di mosche. Un librarsi di pensieri che escono per la prima volta sulle loro rotaie di voce. Concetti che, come spermatozoi, cercano l’uovo nell’orecchio di un compagno di sventure. Un altro Socrate, che ora, più che di birra, ha voglia di filosofia.

In pochi mesi qualche calo nella vendita di birra si era registrato, non discuto. Ma il locale era sempre stracolmo e se volevi uno sgabello, dovevi portatelo da casa.

Accadde che, una sera, Jerry Lewis Dodger, il nuovo boss, figlio del proprietario, appiccicò un pezzo di carta, scritto con la penna blu.

Il tratto era talmente sicuro che le parole sembravano schizzate sul foglio tutte in blocco, in un unico starnuto dove, al posto dei germi, c’erano grumi di collera.

Se conversi, non versi.
La birra non è la tua fottuta psicologa.”

Una cosa è certa: comunicare per slogan era un vizio che la famiglia Dodger tramandava di generazione in generazione.

E tra i clienti, che pur sapevano parlare, non erano in molti ad aver voglia di saper leggere.

Uomini… dovettero imparare pure questo.

Ordinare, pagare, bere. Bere e basta.

Credete che qualcuno gliene disse quattro? Che ci fu una protesta collettiva? Non ci fu. Nessuno alzò un dito.

Gli uomini, creature semplici, incapaci di strizzare l’occhio alle dietrologie, presero veramente a bere e basta.

La birra tornò ad annebbiare le menti, spegnendo incendi prima ancora che potessero appiccarsi nei petti immobili di questi inconsapevoli.

E Socrate non avrebbe potuto essere più incazzato di così.

Fragole e fave

La signora Carla indossava un incrociatino fiorato, color rosso Telecom.

Gigantografie di gardenie tracciavano curve sui suoi ossuti fianchi, dando l’illusione di forme larghe e accoglienti.

La tradivano gli orli, cuciti veloce a macchina. Battevano su ginocchia affilate al temperino e così magre da sembrare sgretolarsi al primo scalino.

La borsa di paglia era ampia e poteva ospitare il contenuto di un intero carrello da supermercato.

Le grosse fibbie in stoffa garantivano alle mani una portata solida e confortevole per tutto il lungo tratto che separava la casa di Carla dal mercato comunale.

Giovanni aveva una bancarella proprio lì.

La apriva ogni giovedì, alle 7 puntuale.

In realtà non era sua, ma del cugino di sua moglie, Michele Buozzi.

Michele era la persona con le orecchie più grandi che Giovanni avesse mai conosciuto.

Di quelli con le orecchie grandi, da elefante, si dice che non muoiano mai“, pensava, fra sé e sé, con una punta di rammarico.

Ma Michelone non c’entrava. Almeno, non con quel rammarico. A modo suo era un buon padrone…

Quando Giovanni aveva perso la licenza per la bancarella di Via dei Ruscatelli, Michele l’aveva rilevata pagando la penale:”così resta in famiglia e te vai avanti a lavorarci sotto a me“.

Le cose erano accadute quasi senza farsene accorgere.

Al martedì Giovanni incartava due mele per il signor Fausto, l’edicolante, e al giovedí firmava carte bagnate di acqua della verdura, mentre osservava una buccia di cipolla posarsi proprio sul nome, scritto in grassetto, in alto a sinistra: “Fragole & Fave di Giovanni Saramago”.

In meno di un secondo l’attività non gli apparteneva più.

Diciassette anni di onorati pompelmi, scarole, bietoline, sedani rapa, borlotti, pesche noci, pere, banane, melagrane, cachi, ananas, rucole, cetrioli, prugne, ciliegini, ravanelli, cocomeri, carote, fagiolini, zucche, broccoli e, per certo, nella bella stagione, fragole e fave.

A settembre il baracchino si colorava dei toni caldi del marrone. Giovanni si faceva arrivare le cotogne per le mamme e le nonne del quartiere che così – gli piaceva pensare – avrebbero preparato torte di mele per le merende dei loro bambini.

Ma era a maggio che il piccolo andito dava il meglio di sé. Succulente fragole traboccavano sulla destra e pareva che a guardarle sarebbero scoppiate, zuccherando i banchi vicini. A sinistra c’era un’ordinata distesa di verde: bene in fila, le fave più tenere sembravano chiamare per nome chiunque si trovasse a passare di lì.

Il paradiso degli allergici.

E, a ben vedere, Giovanni era uno di quelli.

È buffo, ma se fosse andato vicino al consumare anche solo una di quelle prelibatezze avrebbe seriamente rischiato la pelle. Il colmo, no?

E scherzava, Giovanni, quando gli chiedevano perché non mangiasse mai i suoi ortaggi preferiti: “cari miei, il San Lazzaro non è abbastanza lontano da farla franca!”.

Le cose erano davvero cambiate, e nell’unico modo in cui sempre cambiano: senza fare rumore.

Il chiasso delle auto, da solo, non bastava a cancellare il profumo di una vita.

E Giovanni si grattava la testa, spento.

Come un interruttore rotto che fa sempre buio anche se, intorno, tutto è luce e colore.

I luoghi dell’amore

Al lettore: ora ha inizio una riga di banalità sull’amore finito.

Che forma prende l’amore che finisce?

Diventa vortici marini che inghiottono le nubi?

Scolaresche che il giorno dopo titoleranno i loro temi “il vortice di lunedì 5 febbraio 2018” e ne parleranno per giorni, narrando di mostri marini ed inesattezze geologiche, vere ai loro occhi?

L’amore è ogni errore. E ogni 4 in Italiano, a fine quadrimestre.

L’amore è il sale grosso, sporco, ai bordi delle strade a fine inverno. E ci rimarrà, ben oltre il freddo, scontentando tutti i passanti nel giro rituale dell’isolato.

Certo che i cani non disdegneranno affatto.

Spezzato e maleodorante, l’amore finito è i rifiuti ingombranti fuori orario ai margini dei cassonetti. Che se ti vedessero buttarli…

L’amore che se ne va avvolge i ciottoli della spiaggia, quelli piatti che raccogli pensando “ecco, hai la forma perfetta per un lancio!“.

Quelli che tiri di sbieco, sulla pellicola d’acqua, con la stessa ansia di un discobolo alle sue prime olimpiadi. Ci fai sette, forse otto rimbalzi.

Inspiegabilmente, perché quel lancio, in tutta onestà, faceva schifo.

L’amore è tutti quei piccoli colpi di fortuna.

L’amore accompagna le monete perdute, finite dentro ai tombini, fra i sampietrini.

È la collezione di Lire coniate per essere spese, eppure ferme in raccoglitori deposti in doppifondi di cassetti che nostalgici pensionati genovesi sottraggono all’economia.

E che perderanno al primo terremoto, al primo raffreddore, al primo erede balordo.

L’amore sconquassa l’economia, la geografia, la statistica. Fa impazzire i fisici e rende artisti le persone comuni. I poeti ne sono ossessionati.

Il feng-shui stravolto.

Ma ogni volta che finisce, deposita una grande certezza: che quello che uno perde, qualcun altro lo trova, sempre.